Qualche giorno fa Innate Pharma ha annunciato fallimento dello studio Effikir, trial nel quale è stato testato in mantenimento su pazienti anziani affetti da AML. Se ben ricordate, tempo fa si parlò dello studio a causa dello stop per futilità di uno dei due bracci attivi, e tutti pensarono che fosse quello che impiegava il dosaggio più basso dell’anticorpo anti-KIR. Non era così. Oggi sappiamo che ad essere fermato fu il braccio con il dosaggio a 1 mg/kg e che a continuare, per poi fallire, fu quello a 0,1 mg/kg.

Sebbene il titolo sia passato da 13 a 11 euro, limitando di molto il guadagno nel portafoglio biotech EU, ribadisco i motivi per i quali non ho voluto vendere.

Tanto per iniziare, Innate non è solo lirilumab. Monalizumab si trova ora in fase 1/2, segnatamente nella fase di espansione dello studio, dopo che i primi dati circa la safety si sono mostrati incoraggianti, senza l’individuazione di una MTD e con il via libera alla fase successiva al dosaggio massimo (10 mg/kg). Ora saranno arruolati fino a 98 nuovi pazienti in 4 coorti: pazienti con carcinoma ovarico platino sensibile, platino refrattari, carcinoma dell’endometrio e della cervice. L’anti- è impiegato anche nel trattamento di altri tumori solidi ma ritengo che l’interesse maggiore risieda nella possibilità di combinarlo con darvalumab.

Monalizumab è stato concesso in partnership ad AstraZeneca (che sviluppa l’anti-PD-L1 darvalumab), siglando un accordo che ha previsto il pagamento di $250 M in upfront, $100 M prima dell’inizio di una fase 3 e $925 M in milestones, oltre che un opzione che permetterebbe la spartizione di guadagni in EU e royalties in doppia cifra per il resto del mondo.

In secondo luogo, Effikir era uno studio rischioso, sia per la condizione da trattare, sia per il fatto che sia stato impiegati lirilumab come single agent. Il risultato comunicato da Innate Pharma non cambia di molto la tesi di investimento iniziale, basata più che altro sulla partnership con Bristol-Myers Squibb e sulla capacità di migliorare l’efficacia di Opdivo.

Ora, sebbene Innate non abbia rilasciato alcun tipo di dato (probabilmente li presenteranno ad ASCO) è lecito attendersi che lo studio non debba riservare sorprese, visto lo stop prematuro del dosaggio più alto, se non nel caso in cui Innate riesca a scovare qualche biomarker. Dovesse farcela, sarebbe un bonus per gli investitori.

Rimanendo nell’ambito dell’investimento che vi proposi tempo fa, ci sono buoni motivi per ritenere che la combo Opdivo lirilumab funzioni egregiamente. Primi cenni di efficacia si sono già riscontrati nel trattamento del carcinoma del collo e della testa. Lo scorso novembre BMS ha riportato i dati preliminari di una fase 1/2 nella quale, in una coorte di 29 pazienti affetti da carcinoma della testa e del collo con cellule squamose (SCCHNC), si è registrato un tasso di risposta del 24%. Anche se non è semplice fare confronti diretti, nivolumab  in checkmate-141, come single agent, aveva fornito un ORR del 13% mentre Keytruda si era attestata al 18%. Con tutte le precauzioni del caso, sembra che l’aggiunta di lirilumab sia sensata poiché la popolazione arruolata nello studio di combinazione pare più pretrattata rispetto a quella inclusa in Checkmate-141.

Non posso negare di avere qualche perplessità, comunque. Bristol-Myers Squibb sta testando la combo su diversi fronti, sia impiegandola su pazienti con tumori solidi, sia in soggetti affetti da linfomi o mieloma. Tuttavia, se si prende in considerazione il numero di trials aperti, non si può che rimanere vagamente delusi. Questi che seguono sono gli studi registrati su clinicaltrials.gov:

1 Recruiting Lirilumab and Nivolumab With 5-Azacitidine in Patients With Myelodysplastic Syndromes (MDS)

Condition: Leukemia
Interventions: Drug: Lirilumab;   Drug: Nivolumab;   Drug: Azacitidine
2 Recruiting A Study of an Anti-KIR Antibody in Combination With an Anti-PD1 Antibody in Patients With Advanced Solid Tumors

Condition: CANCER,NOS
Interventions: Drug: Lirilumab;   Drug: Nivolumab
3 Recruiting Safety Study of Nivolumab by Itself or in Combination in Patients With Lymphoma or Multiple Myeloma

Conditions: Non-Hodgkin’s Lymphoma;   Hodgkin Lymphoma;   Multiple Myeloma
Interventions: Biological: Nivolumab;   Biological: Ipilimumab;   Biological: Lirilumab;   Biological: Daratumumab;   Drug: Pomalidomide;   Drug: Dexamethasone

Il primo è sponsorizzato da M.D. Anderson Cancer Center e solamente il secondo ed il terzo da BMS. Sembra uno sforzo poco convinto…

del 2017, occhio a Jounce (JNCE).

Tre compagnie biotech si sono quotate nel 2017: ObsEva SA, AnaptysBio e Jounce Therapeutics. Della prima non so quasi nulla, la seconda e la terza, da quando sono sbarcate sul Nasdaq, hanno già guadagnato il 30% e rotti, raggiungendo capitalizzazioni ragguardevoli. Di AnaptysBio parlerò in separata sede, qualcosa su Jounce invece ve la dico già ora.

Questa la pipeline:

JNCE PIPELINE

Jounce Pipeline

Come si può vedere anche solo dall’immagine, due cose sono evidenti: un solo candidato in clinica e legame stretto con Celgene.

è un anti-ICOS, si lega quindi a quella proteina (altrimenti conosciuta come Inducible T cell COStimulator) che è presente sulla superficie di alcune cellule T che, si ritiene, stimolino la risposta immunitaria verso le cellule tumorali. Al momento l’anticorpo si trova in fase 1/2 sia come agente singolo che in combinazione con nivolumab (trial ICONIC).

Il trial ICONIC (ICOS AgONist Antibody for Immunotherapy in Cancer Patients), inizialmente determinerà il profilo di tollerabilità di JTX-2011, sia da solo che in combo con Opdivo, nonchè i primi cenni di efficacia. Il disegno dello studio prevede quindi una prima porzione a dosaggio scalare per individuare il dosaggio massimo tollerato e la dose raccomandata per la fase 2, nella quale verranno arruolati pazienti con specifici tumori nelle diverse coorti. ICONIC dovrebbe arruolare circa 200 pazienti e, trattandosi di uno studio in aperto, già quest’anno avremo i primi dati disponibili.

Molto più interessante il capitolo Celgene. Secondo l’accordo stipulato fra le due compagnie, in cambio dei diritti di JTX-2011 e di altri, non meglio precisati, composti, Jounce ha ricevuto $225M in upfront, un investimento in azioni pari a $36M ed è eleggibile a ricevere fino a $2,3B in milestones (distribuiti fra i vari composti). Celgene si riserva la possibilità di esercitare una o più opzioni sui vari candidati. Nel caso di JTX-2011, qualora l’opzione venisse esercitata, a Jounce spetterebbe il 60% dei profitti. Per i successivi candidati, la spartizione sarebbe la seguente:

  • 25% per Jounce nel caso venisse optato il primo dei successivi candidati
  • 50% per gli altri 3 programmi

Nel caso in cui l’opzione venisse esercitata, Jounce e Celgene sparirebbero i costi di sviluppo. A Jounce infine andrebbero anche royalties sulle vendite ex US.

e l’ultra rarità.

Ablynx taglia un traguardo fondamentale presentando la prima richiesta di approvazione della propria storia. Lo fa in Europa grazie a caplacizumab nel trattamento della porpora trombotica trombocitopenica (o, meglio, TTP), una indicazione ultra orfana (stimano 7000-8000 pazienti anno) con elevata bisogno di nuove terapie. Tanto per capirci, se venisse approvato, sarebbe la prima terapia specifica per quella condizione. La richiesta si basa sui dati di TITAN, fase 2  della quale vi ho già parlato in passato, mentre una fase 3 confermativa chiamate HERCULES è già in corso. Secondo Moses, CEO di Ablynx, potrebbe ambire ad un mercato da 400 milioni di euro e sarebbe possibile la commercializzazione diretta, impiegando una ridotta forza vendite.

I destini di Ablynx però potrebbero anche essere legati ad un nuovo partner. La compagnia belga ha affermato di voler intensificare la ricerca di un nuovo potenziale collaboratore per vobarilizumab(), il nano corpo anti IL6R i cui diritti sono stati restituiti da AbbVie poco tempo fa.  Non è da escludere che dopo l’incontro con FDA ed EMA, con la situazione più chiara circa i passi successivi da intraprendere, non si faccia vanti qualcuno.

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Imprenditore e, da qualche anno, analista biotech.
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